martedì 1 novembre 2011

Cacciari, Vercellone, Ravera presentano Volontà d'amore




mercoledì 16 novembre alle ore 18.00 presso la Libreria Feltrinelli di via Manzoni 12 a Milano






recensione al libro.



venerdì 6 maggio 2011

Religione e Ontologia

è in programma per venerdì 13 e sabato 14 maggio a Torino il Convegno in onore di Marco Ravera e Ugo Ugazio.
Per informazioni rimando al sito del Centro Pareyson.

martedì 8 marzo 2011

Presentazione de 'Le maschere di Eros' di Marco Vozza

Martedì 17 maggio alle ore 17 a Torino presso la Sala Lauree di Lettere e Filosofia in via Sant'Ottavio 20; interverranno, assieme all'autore, Giuliana Ferreccio, Anna Battaglia, Chiara Lombardi, Guido Brivio, Emilio Carlo Corriero.

mercoledì 16 febbraio 2011

Volontà d'amore è in libreria

























"Solo nell'anima dell'uomo risiede la possibilità di ritornare alla libertà dell'origine, al passato imprepensabile della Natura dal quale l'amore ha deciso per l'esistente: solo accogliendo la saggezza dell'eterno ritorno dell'uguale il mondo torna a essere tondo, e torna a essere possibile quell'amore che in ogni istante può decidere per l'esistente e sempre nuovamente creare"

Lungo la linea interpretativa che già guidava Vertigini della ragione, questo libro indaga il versante per così dire 'naturale' della preziosa affinità teorica tra Schelling e Nietzsche, già rinvenuta da Martin Heidegger e Karl Loewith.

giovedì 1 aprile 2010

Cacciari, Givone e Corriero presentano a Firenze 'Franz Kafka' di Masini


Venerdì 7 maggio alle ore 17 presso la Sala Ferri del Gabinetto Vieusseux di Firenze, a Palazzo Strozzi, Massimo Cacciari, Emilio Carlo Corriero e Sergio Givone presenteranno il libro di Ferruccio Masini Franz Kafka. La metamorfosi del significato, edito da Ananke per la collana di filosofia diretta da Marco Vozza.


Il volume, che contiene i saggi del noto germanista Ferruccio Masini sull’opera di Kafka, raccolti, ordinati e introdotti da Emilio Carlo Corriero, si presenta come una vera e propria interpretazione complessiva dell’opera del grande scrittore di Praga, ripercorrendone l’incredibile avventura letteraria ed esistenziale, i suoi rapporti con la cultura ebraica, con la figura paterna, con le donne amate e infine con la condanna-salvezza rappresentata dalla ‘scrittura’.


Personaggio eclettico, poeta, saggista, filosofo, germanista, pittore, figura di primo piano nel panorama culturale italiano, Ferruccio Masini ci restituisce in questi saggi, che coprono un arco temporale di circa trent’anni, un’interpretazione straordinariamente coerente che tiene assieme una lettura attenta alle modalità espressive dei testi e un’altra di ordine metafisico-religiosa rivolta al sottofondo filosofico di Franz Kafka.


Tra l’argomentazione dialettica, che è sintomo di un’unità spezzata, e la magia di un’Unità dove tutto riposerebbe in quiete, e però senza vita, Kafka introduce secondo Masini un quid tertium, l’allegoria, che diviene lo strumento magico in cui la potenza distruttiva del negativo “si risolve nel dominio magico della distruzione che essa stessa realizza”, in un “incantesimo vivente” che costringe la distruzione a diventare creazione. La soluzione di Kafka ‘scrittore’ fu appunto quella di condurre a compimento quella distruzione, così come vuole il paradosso del nichilismo kafkiano secondo cui la conoscenza costituisce la via gnostico-negativa che conduce al compimento dell’essere. “L’essere – scrive Masini – sta alla quiete, al compimento, all’inattività come l’avere (il possedere) sta all’impazienza, all’esitazione e alla lotta”. L’unica via per alludere all’Essere, a quel mondo spirituale che è l’unico esistente, è un’autodistruzione equivalente a una metamorfosi. “Metamorfosi del significato, vale a dire, nel linguaggio di Kafka, divenire noi stessi metafore, così da raggiungere quella realtà ultima, sepolta nell’identità magica di significato e significante".


A cura di
Emilio Carlo Corriero


Questo mondo è il nostro stesso smarrimento, ma come tale è un’entità indistruttibile, o meglio: qualcosa che può essere distrutta solo col portarla fino in fondo, non col rinunciarvi


Franz Kafka

domenica 31 gennaio 2010

E' in libreria 'Franz Kafka' di Ferruccio Masini


Tra l’argomentazione dialettica, che è sintomo di un’unità spezzata, e la magia di un’Unità dove tutto riposerebbe in quiete, e però senza vita, Kafka introduce secondo Masini un quid tertium, l’allegoria, che diviene lo strumento magico in cui la potenza distruttiva del negativo “si risolve nel dominio magico della distruzione che essa stessa realizza”, in un “incantesimo vivente” che costringe la distruzione a diventare creazione. La soluzione di Kafka ‘scrittore’ fu appunto quella di condurre a compimento quella distruzione, così come vuole il paradosso del nichilismo kafkiano secondo cui la conoscenza costituisce la via gnostico-negativa che conduce al compimento dell’essere. “L’essere – scrive Masini – sta alla quiete, al compimento, all’inattività come l’avere (il possedere) sta all’impazienza, all’esitazione e alla lotta”. L’unica via per alludere all’Essere, a quel mondo spirituale che è l’unico esistente, è un’autodistruzione equivalente a una metamorfosi. “Metamorfosi del significato, vale a dire, nel linguaggio di Kafka, divenire noi stessi metafore, così da raggiungere quella realtà ultima, sepolta nell’identità magica di significato e significante".


A cura di
Emilio Carlo Corriero

”Questo mondo è il nostro stesso smarrimento, ma come tale è un’entità indistruttibile, o meglio: qualcosa che può essere distrutta solo col portarla fino in fondo, non col rinunciarvi”



Franz Kafka


sabato 31 gennaio 2009

Recensione a Dare Ragioni di Larmore

Charles Larmore, Dare ragioni, Pref. di Ugo Perone, ed. Rosenberg & Sellier, Torino, 2008, pp. 152

Riportando il testo delle lezioni seminariali tenute per la Scuola di Alta Formazione Filosofica “L. Pareyson” nel novembre del 2007, oltreché il testo della consueta conferenza mediante la quale la Scuola apre le porte alla società offrendo l’opportunità di un incontro con la filosofia di pensatori del nostro tempo, questo libro raccoglie gli esiti provvisori del pensiero di Charles Larmore, filosofo statunitense già discepolo di Quine, formatosi anche sulla filosofia continentale oltre che, in seguito, alla scuola di filosofia politica di John Rawls, con il quale può essere ritenuto a ragione uno dei fondatori del liberalismo politico.
Il libro che presentiamo affronta in cinque capitoli, che trovano una certa correlazione sistematica, i problemi dell'esperienza morale in generale, del rapporto tra storia e verità, della natura delle norme e delle ragioni dell'agire morale, della struttura della soggettività - che qui assume come statuto primo proprio la relazione morale -, e infine dei rapporti fra morale e politica.
Sebbene l'impianto dell'opera possa apparire strutturato come un vero e proprio Sistema filosofico, il procedere di Larmore non nasce come il tentativo di rendere ragione dei vari problemi esposti facendo ricorso ad un unico pensiero guida, piuttosto il suo percorso filosofico parte da certuni problemi e, cercando di dare riposta agli stessi, s'imbatte in ulteriori difficoltà che poi vengono affrontate e risolte in un unicum. Dunque quella sistematicità che appartiene almeno formalmente al libro non è che l'esito di un procedere di problema in problema trovando relazioni e tessendo legami. D’altra parte, riferendosi agli argomenti proposti da Larmore, si è abitati a parlare di risultati provvisori in accordo con la sua stessa teoria di storia della filosofia che va sotto il nome di “legge della conservazione dell'imbarazzo”, secondo la quale ogni teoria filosofica - e quindi anche la sua - per quanto possa risultare convincente per più di un aspetto, sarà sempre suscettibile di una critica decisiva portata da un ulteriore punto di vista. Ciò non significa che si dovrà abbandonare definitivamente l'intera teoria posta sotto esame, ma che piuttosto sarà il caso di conservarne quelle parti che mantengono una certa coerenza e che convincono anche la posizione critica assunta.
Questa legge proposta da Larmore se da un lato impedisce un pensiero rigorosamente sistematico e conchiuso, dall'altro agevola l’idea di un sapere filosofico che procede per errori e per accumulazione, un po’ come avviene in campo scientifico, così salvando la possibilità per la verità intesa come guida e fine di un inesausto movimento del sapere.
Da questa concezione di verità deriva una certa “eterogeneità della morale” che fa sì che essa non possa essere determinata da un’unica dottrina che si ritenga sempre e comunque sufficiente a dirigere l’azione morale ed eventualmente a dirimere i conflitti che si possono presentare dinanzi all’individuo. Sebbene Larmore finisca per propendere in filosofia politica per una teoria deontologica basantesi sul “principio dell’uguale rispetto”, come primo principio del liberalismo politico, tuttavia egli ritiene che in morale non vi sia una dottrina capace di rispondere autonomamente ai casi particolari che si vengono a porre.
Al di là della teoria consequenzialista, mutuata dall'utilitarismo, e dalla teoria deontologica, erede del kantismo, si deve sempre tener conto dei cosiddetti doveri parziali alla cui osservanza un individuo è eminentemente tenuto, in considerazione dei particolari legami che egli intrattiene con le persone a lui più prossime. Ne consegue una filosofia morale che riconosce alla Ragione il compito di individuare le ragioni delle azioni morali e le risoluzioni da adottare, senza abbandonarsi ad una sola teoria valida in ogni caso. Per Larmore del resto non v’é nulla di misterioso nel fatto che agiamo moralmente: “La morale è ciò che la coscienza ci dice” ed essa dipende sia da una capacita naturale, sia da un'educazione culturale. Se la capacità naturale consiste nella facoltà che ci è data di guardarci da fuori, l’educazione culturale è ciò che ci consente di assumere quel dato punto di vista. In definitiva la Ragione è la facoltà che riconosce le ragioni del nostro agire le quali non sono dipendenti dalla nostra mente, ma hanno anzi una loro realtà indipendente. La Ragione risulta dunque essere ricettiva rispetto a questo “platonismo delle ragioni”, e scopre la loro normatività a partire dal loro essere relazioni fra certi fatti nel/del mondo e le nostre possibilità d'azione.
Un tale quadro ha ricadute anche sulla forma della nostra soggettività, la quale non si qualifica più con Larmore come un rapporto cognitivo con se stessi e con le nostre esperienze, bensì come un rapporto pratico o normativo. L'Io (il self, come lo chiama Larmore per avvicinarlo alla nostra esperienza quotidiana e dunque liberarlo dalle costruzioni filosofiche) sarebbe quel rapporto che ciascuno ha con se stesso in virtù del fatto di avere credenze o desideri che lo inducono ad agire. Secondo Larmore, l'Io non avrebbe una conoscenza intuitiva di sé, bensì si costituirebbe nella responsabilità all’azione, come impegno a dare ragioni a ciò che pensa e crede.
L’intero procedere della trattazione sembra diretto a sostenere l'idea di un liberalismo politico, inteso come filosofia politica. Tuttavia, come si è già accennato, l'ambito politico, che è da intendersi come il tentativo di risolvere “problemi comuni per mezzo di norme garantite da un'autorità collettivamente vincolante” e dunque anche attraverso l'uso della forza, rispetto alla morale rappresenta un campo più limitato che “non deve fare affidamento su tutta la verità di cui possiamo disporre, perché essa potrebbe non promuovere gli scopi della politica”, piuttosto dovrebbe fare affidamento solo sulla verità che consideriamo rilevante agli scopi della politica. Alla domanda che sintetizza la funzione politica “quali norme devono essere imposte e quali no?” può dare risposta non l'intera morale che anzi potrebbe bloccare il processo politico, bensì quella che Larmore definisce morale essenziale, ovvero la “comprensione morale che pensiamo si sviluppi da una prospettiva politica o che sia adatta a scopi politici”.
Se l’associazione politica - come scrive Larmore accogliendo le riflessioni di Weber – è “quel tipo di associazione che riposa sull’uso legittimo della forza per assicurare la conformità alle proprie norme”, il liberalismo politico è quella filosofia politica che salvaguarda i principi liberali che rappresentano le libertà fondamentali degli individui e le risorse materiali e sociali necessarie per garantirle. Ora, se il liberalismo classico tracciato da Locke, Kant e J.S. Mill, poneva alla base dei principi liberali una concezione individualista della vita, il liberalismo politico proposto da Larmore si appoggia su di un principio che precede la stessa volontà individuale e generale degli associati, ossia il principio dell’uguale rispetto, secondo il quale “i principi politici giusti sono quelli che tutti hanno ragione di accettare sulla base della clausola, cioè a condizione che anch’essi siano impegnati a fondare l’associazione politica su principi ragionevolmente accettabili da tutti”. Secondo Larmore, in ambito politico questo principio deontologico dovrebbe essere fondamentale e i principi consequenzialisti dovrebbero essergli subordinati.
Come lo stesso Larmore ammette, in filosofia politica non dobbiamo fare ricorso a tutta la verità di cui possiamo disporre, e del resto la definizione di base che scegliamo per descrivere l’oggetto della politica condiziona inevitabilmente la teoria che ne segue. Ciò non indebolisce in alcun modo l’attuabilità del liberalismo politico proposto da Larmore, ma lo espone senz’altro a critiche sul piano teorico.
Se il liberalismo politico vale come costruzione e applicazione pratica, questo non significa che sia legittimato in termini universali a partire dal principio dell’uguale rispetto. Tale principio è sicuramente universalmente accessibile, come scrive Larmore, ma ciò non significa che sia universalmente condivisibile. La teoria di Larmore è che un certo progresso morale e culturale conduca a tale principio primo e ai principi liberali ad esso connessi, ovvero disponga nelle condizioni di accesso ad un punto di vista naturale, che vede nell’altro un essere di cui avere rispetto e dal quale si possa ragionevolmente attendere il rispetto medesimo. Eppure i principi liberali e la connessione che oserei definire naturale con l’individualismo espongono in maniera essenziale lo Stato liberale a divisioni e conflitti di interessi che non possono essere risolti nel principio dell’uguale rispetto, e che piuttosto andrebbero colti nella carica vitale che esprimono, la quale in fondo costituisce la base di ogni onesto liberalismo che si riconosca, così come è nella sua essenza, come un pericoloso equilibrio fra libertà e conflitto.

sabato 24 gennaio 2009

Religione, etica e laicità


Sono disponibili gli atti del VII° Convegno annuale della Associazione Italiana di Filosofia della Religione, in un bel volume a cura dell'amico Hagar Spano, che introduce i contributi di Sergio Sorrentino, Francesco Paolo Ciglia, Giuseppe Limone, Wolfgang Kaltenbacher, Mario Micheletti, Christian Berner, Franco Miano, Emilio Carlo Corriero.

mercoledì 7 gennaio 2009

Ha ragione Cannavaro, ma...

Che un film come Gomorra non contribuisca a dare dell'Italia un'immagine positiva è senz'altro vero, ma è pur vero che tale immagine, seppur parziale, è frutto della realtà. Il problema di romanzi di denuncia o film incentrati sul tema sfaccettato della mafia non sta nella loro legittima e anzi auspicabile pubblicazione, bensì in una ricezione che non ha saputo ancora (mi auguro) tramutarsi in una coscienza pubblica nazionale (e insisto sul fatto che il problema sia di rilevanza nazionale e non locale), capace di opporsi con ogni mezzo e fino in fondo al male che tali denunce descrivono.
Se il libro di Saviano viene letto da un distratto triestino sulla spiaggia di Finale ligure solo perché questi possa sentirsi sollevato dal fatto di vivere lontano e al riparo da quella realtà, non ha forse ragione Cannavaro?

lunedì 17 novembre 2008

Presentazione milanese con Cacciari

Si è svolta sabato scorso "in una splendida cornice di pubblico" (come dicono quelli che parlano bene!) la prima presentazione pubblica di VERTIGINI DELLA RAGIONE. Massimo Cacciari ha introdotto i temi guida del mio libro aprendo nuove prospettive di studio e di riflessione, e presto ve ne parlerò più diffusamente.
Per ora, ringrazio il pubblico così attento e numeroso e mi rammarico per coloro che non hanno trovato posto a sedere.